SACE: ecco la mappa dei “Rischi (in)soliti per tempi insoliti: il mondo nel 2022”

Un quadro generale di crescita dell’economia mondiale in cui permangono tuttavia alcuni significativi rischi: questo lo scenario delineato dalla Mappa dei Rischi 2022 di SACE, che delinea un mondo in cui lo shock della pandemia non è ancora stato riassorbito e dove l’instabilità politica, oltre alle nuove sfide del cambiamento climatico e della sostenibilità, hanno un impatto sempre più significativo sulle attività economiche.

SACE ha presentato, pochi giorni fa, la Mappa dei Rischi 2022 – “Rischi (in)soliti per tempi insoliti: il mondo nel 2022”, strumento che delinea i profili di rischio per le imprese che esportano e operano in 194 mercati esteri.

Rischio del credito

Quello che emerge è un quadro a luci ed ombre, che se da un lato mostra una generale stabilità del panorama dei rischi del credito globali, dall’altro non evidenzia tuttavia l’auspicata inversione di tendenza dopo i marcati incrementi dello scorso anno. Il profilo di rischio del credito delle varie aree geografiche, infatti, è rimasto sostanzialmente invariato, confermando il divario tra le fragilità dei Paesi emergenti e la maggiore solidità di quelli avanzati.


Si tratta del rischio che la controparte estera (sovrana, bancaria o corporate) non sia in grado o non sia disposta a onorare le obbligazioni derivanti da un contratto commerciale o finanziario. Dei 194 Paesi analizzati, in 45 diminuisce il livello di rischio, 78 Paesi restano stabili, mentre in 71 aumenta.

Le principali geografie avanzate presentano un profilo creditizio sostanzialmente invariato. Il protrarsi della pandemia non consente ai Paesi di muoversi in una direzione di consolidamento dei conti pubblici, seppure alcuni tra quelli più fragili nel 2021 presentino una timida inversione di marcia come la Grecia. Il Covid-19 per le società non finanziarie di alcuni Paesi rende ancora difficile la ripresa come in Austria, Irlanda e Israele. Resilienti Regno Unito e Spagna, grazie anche al rafforzamento delle politiche macro prudenziali, con risultati visibili anche nei contesti a maggiore incertezza nella fase pre-pandemica.

La regione Subsahariana anche quest’anno presenta casi in cui il quadro delle finanze pubbliche si riflette negativamente sugli score come, ad esempio, il Kenya (da 71 a 75) che si avvicina alle incerte elezioni presidenziali del prossimo agosto con un’economia colpita dagli effetti della pandemia sul settore turistico, una situazione debitoria deteriorata e dei conti fragili con l’estero. Il Ghana (stabile a 70), con un debito pubblico ai limiti della sostenibilità, paga una difficile governabilità del Paese, con un esecutivo che manca di un pieno supporto della maggioranza parlamentare e che quindi è rallentato nel processo di un adeguato consolidamento dei conti pubblici. Il conflitto tra forze governative e i secessionisti in Etiopia, che sale da 75 a 88, sta determinando impatti negativi sull’economia, sulla popolazione e sulle già deboli finanze pubbliche, interrompendo di fatto i progressi della ristrutturazione del debito estero delineato in sede G20; mentre la Costa d’Avorio è tra le realtà più vivaci grazie anche alla riforma fiscale che incentiva l’afflusso di capitali esteri nei settori strategici.

La regione del Medio Oriente e Nord Africa ha registrato un generale miglioramento grazie ad alcune situazioni economiche piuttosto resilienti. È il caso dell’Arabia Saudita, che pur vivendo in un contesto teso dal punto di vista delle relazioni internazionali mantiene una traiettoria positiva (da 37 a 33), grazie al consolidamento dei conti pubblici e alle disponibilità finanziarie rilanciate dall’incremento dei prezzi delle commodity energetiche. Il timido recupero dei flussi turistici, favoriti anche da Expo Dubai 2022, è all’origine del miglioramento degli Emirati Arabi Uniti (da 38 a 36), ma permane ancora qualche fragilità nel settore corporate e nell’immobiliare dell’emirato di Dubai. Stabile a 60 è il Marocco grazie alla solidità istituzionale e alla ripresa economica con prospettive positive sul turismo e sull’andamento al rialzo dei prezzi dei fertilizzanti. Inoltre, il piano del nuovo Governo punta all’attrattività degli investitori esteri, ma allo stesso tempo del “Made in Marocco”. Stabile a 78 e pronto a cogliere opportunità di ripresa l’Egitto grazie al recupero della domanda globale, alla ripresa degli scambi commerciali e un timido ritorno del turismo. In controtendenza la Tunisia, che sale a 90 da 86: la crisi istituzionale ha acuito le fragilità collegate all’elevato debito.

In Europa emergente e CSI il rischio di credito risente della pesante escalation della crisi russo-ucraina. Nonostante un solido quadro fiscale e di riserve valutarie, le sanzioni imposte da numerosi Paesi a seguito della crisi con l’Ucraina ostacolano i pagamenti nelle relazioni commerciali con l’estero, impattando di conseguenza il rischio di credito delle controparti pubbliche e private della Russia (passata da 62 a 70). Gli effetti della crisi in corso si riflettono in maniera altrettanto evidente anche sul rischio di credito dell’Ucraina (da 81 a 90). Soffrono un deterioramento del rischio di credito la Bielorussia (da 82 a 88) e la Turchia (da 82 a 83): la prima per via della repressione delle manifestazioni di dissenso verso l’assetto politico autoritario e le sanzioni internazionali; la seconda per alcune criticità strutturali del Paese acuite da un contesto geopolitico di tensione. L’intera economia turca, pubblica ma soprattutto privata, presenta un elevato grado di indebitamento con l’estero e la lira, come noto, ha subito un notevole deprezzamento.

Gli effetti economici della pandemia non hanno risparmiato una delle aree più dinamiche a livello globale come l’Asia. Peggiora lo Sri Lanka (da 86 a 96) per via dell’incremento rapido dell’onere debitorio che sta mettendo a rischio la capacità di rimborsare le passività nel breve termine; e anche le Filippine (da 48 a 50), Paese per il quale l’attrazione di capitali stranieri resta un elemento chiave di sostenibilità finanziaria, a causa degli ampi deficit fiscali e del mancato rinnovamento del contesto operativo. Seppure con dinamiche diverse e partendo da livelli di rischio del credito molto più contenuti, la presenza di un debito in crescita è alla base del deterioramento del rischio sovrano della Cina (da 44 a 48), insieme agli eventi di default che hanno interessato alcuni importanti gruppi immobiliari cinesi negli ultimi mesi del 2021. Una situazione politica tesa continua ad affossare le prospettive economiche del Myanmar (da 88 a 97), dove il persistente scontro tra forze democratiche e militari ha generato una crisi, anche umanitaria. L’India migliora da 65 a 63 ed è più preparata alla convivenza con nuove varianti del virus grazie a un forte incremento della copertura vaccinale. Elementi a favore di un outlook positivo provengono dall’incremento degli incentivi fiscali del Governo in settori chiave, come l’automotive, con l’obiettivo di orientare sempre più produzione e consumo verso veicoli elettrici, prodotti elettronici, farmaceutica e tessile.

In America Latina resta complessa la situazione della Bolivia (da 79 a 81), che ha affrontato la pandemia all’indomani di tornate elettorali convulse e con un assetto istituzionale fragile. Ancora in chiaroscuro le prospettive del Messico (da 47 a 46) e del Brasile (invariato a 57), Paesi che mantengono una crescita inferiore al potenziale: il primo, infatti, ha adottato misure anticicliche troppo limitate; il secondo registra una nuova recessione tecnica inaspettata, complice l’impennata dell’inflazione e una politica monetaria aggressiva da parte della Banca Centrale che ne hanno indebolito la domanda. Le dinamiche del debito pubblico rimangono al centro anche della delicata situazione dell’Argentina (da 87 a 84) e che si trova di fronte a un nuovo snodo cruciale alla luce dell’accordo con il Fmi. Resta invece pressoché stabile il Perù, che già prima della pandemia presentava conti pubblici in ordine e politiche economiche assennate.

Rischi politici

I rischi politici invece registrano un ulteriore peggioramento rispetto allo scorso anno, soprattutto nella componente della violenza politica in alcune aree emergenti. Se da un lato la pandemia ha contribuito all’incremento delle tensioni sociali, dall’altro non si può non tener conto anche di fattori che vanno oltre il Covid in alcune aree specifiche, dall’inverno kazako oppure dai recenti colpi di stato nei Paesi del Sahel, fino all’escalation del conflitto in Ucraina.


Gli indicatori di rischio politico – che comprendono i rischi di guerra, disordini civili e violenza politica, i rischi di esproprio e di violazioni contrattuali e i rischi di restrizioni al trasferimento e alla convertibilità valutari – segnano un aumento, anche se differenziato tra Paesi emergenti e avanzati. Dei 194 Paesi analizzati, 38 migliorano, 74 sono stabili e 82 in peggioramento, conseguenza dell’incremento della violenza politica nella quasi totalità dei casi, soprattutto alla luce dei vari conflitti scoppiati tra il 2021 e l’inizio del 2022.

Nell’Europa emergente e CSI, il contesto politico in Russia non può non risentire del quadro sanzionatorio, attuale e atteso, e delle possibili risposte del Cremlino. In particolare, l’incremento del rischio di trasferimento è dovuto alle limitazioni alla disponibilità delle ingenti riserve valutarie del Paese, che potrebbero ulteriormente acuirsi a seguito dell’esclusione dal canale SWIFT del sistema finanziario russo. In aggiunta, pesa sul rischio di convertibilità la recente adozione da parte russa di misure di controllo sui movimenti di capitali in valuta estera. Parimenti, il rischio di esproprio aumenta sulla scia delle eventuali possibili ritorsioni sugli investitori internazionali per le sanzioni imposte a Mosca, traducendosi in azioni di confisca, senza adeguate compensazioni, o in eventi di creeping expropriation. L’Ucraina sconta in maniera evidente l’intervento militare della Russia. I reali impatti sull’economia non sono chiaramente noti, trattandosi di un evento attualmente in corso e in continua e repentina evoluzione, ma non è difficile immaginare che anche in presenza di una risoluzione rapida del conflitto, le controparti nel Paese saranno più in difficoltà a onorare i propri debiti. A parziale mitigazione di questo aspetto, va considerato il supporto finanziario internazionale a favore di Kiev.

Molto frastagliato il quadro del rischio di violenza politica in Africa, che tra il 2021 e l’inizio del 2022 ha contato cinque colpi di Stato militari: Ciad, Guinea, Mali, Sudan, Burkina Faso. L’Etiopia, a oltre un anno dall’inizio del conflitto tra Addis Abeba e il partito dell’etnia Tigrè, resta il principale focolaio di crisi umanitaria nel continente africano. In Tunisia si è assistito a un aumento delle proteste a causa del peggioramento degli standard di vita esacerbato dalla pandemia. I Paesi che si affacciano sul Golfo Persico mostrano una diffusa stabilità politica, sebbene sia sporadicamente aumentato il rischio di attacchi terroristici, per lo più provenienti dallo Yemen.

In America Latina, non è da escludere una nuova ondata di proteste nel corso del 2022: il calendario delle elezioni di quest’anno prevede due appuntamenti di grande rilievo: le presidenziali in Colombia nella tarda primavera e quelle in Brasile a ottobre, tradizionalmente caratterizzate da una forte polarizzazione interna e dal rischio di una riacutizzazione di tensioni politiche.

L’area asiatica riporta un livello di violenza politica relativamente contenuto, sul cui peggioramento tuttavia ha pesato la persistente conflittualità del Myanmar e le violente proteste che hanno caratterizzato Hong Kong nell’ultimo biennio. In un’ottica più di medio termine, sarà importante vedere il proseguo del confronto internazionale tra Cina e Stati Uniti: sebbene si registri un indubbio ritorno al multilateralismo non mancano contrasti tra i due grandi attori in diversi ambiti internazionali.

Il rischio climatico

In questi tempi insoliti, non mancano poi (in)soliti rischi: sostenibilità e cambiamento climatico hanno un impatto sempre più evidente sull’operatività delle nostre imprese, sia in Italia che all’estero. Non solo quindi una questione etica, ma una leva di competitività da considerare e un ulteriore rischio da valutare per crescere sui mercati esteri in un mondo sempre più green. Per questo motivo, già dall’anno scorso, la mappa si avvale un set aggiornato di indicatori che valutano, insieme ai tradizionali fattori di rischio di credito e rischio politico anche aspetti collegati alla sostenibilità come il cambiamento climatico, il benessere sociale e la transizione energetica, definiti in collaborazione con la Fondazione Enel.

La mappa mostra come le evoluzioni negative del clima e il loro impatto sulle risorse naturali si ripercuotono sulle popolazioni, favorendo tensioni tra le comunità locali. Vale per l’Africa del Nord e Subsahariana, soggetta a fenomeni di siccità e desertificazione, come in Nigeria, dove il rischio climatico è a 79 in un area in cui la media è 66, ma anche per Mali, Burkina Faso e Repubblica Centrafricana. Nel Sud Est asiatico alto rischio per il Bangladesh (climatico pari a 95 rispetto alla media dell’area di 70), dove l’aumento delle alluvioni ha provocato il dislocamento dalle aree rurali a maggioranza hindu verso le aree urbane a maggioranza islamica, determinando aspri scontri ed esacerbando le già forti divisioni etnico-religiose interne.

Europa e America Latina registrano invece un continuo miglioramento nelle performance nell’ambito della transizione energetica. Risultati incoraggianti si vedono anche in Cile e Brasile, seguito dal blocco europeo Francia, Germania e Regno Unito. Mentre tra i grandi Paesi in posizione più arretrata rispetto alla transizione energetica troviamo Arabia Saudita e Russia a causa della disponibilità e dell’utilizzo di materie prime fossili, come dimostrato anche dalla presenza di Paesi come Libia, Qatar, Iran e Iraq in fondo alla classifica.

È dunque ormai sempre più evidente che è necessario e non più procrastinabile mettere in atto le opportune politiche di investimento, sia a livello macro, di politiche pubbliche, che a livello micro, di investimenti da parte delle imprese, necessarie per efficientare i processi produttivi e raggiungere gli obiettivi fissati in ambito nazionale e sovranazionale.

In conclusione, come ha dichiarato Pierfrancesco Latini, Amministratore delegato di SACE: “La strategia per l’internazionalizzazione delle imprese deve tenere conto, quindi, delle criticità sotto il profilo multidimensionale dei rischi e anche delle opportunità offerte dalla transizione energetica. In questo modo le nostre imprese potranno continuare a crescere sui mercati in maniera competitiva, sana e sostenibile”.


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FONTI: EXPORTIAMO.IT - SACE.IT

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