Made in Italy: cresce chi ha saputo innovare ed esportare

Il profluvio di dati diffusi ieri dall’Istat, con il balzo delle vendite extra-Ue, il risultato deludente di fatturato e ordinativi e l’andamento contraddittorio dei consumi (in crescita sul mese, in calo sull’anno), appesantiti da un clima di fiducia di famiglie e imprese in rapido deterioramento, confemano, tutto sommato, quanto si va dicendo da tempo dell’economia italiana. Resiste ai colpi della crisi la parte più dinamica del sistema manifatturiero italiano, quella formata dalle imprese agganciate al treno dell’export e che non temono di sfidare la concorrenza nella grande arena del mercato globale. Sono le imprese che innovano e che investono.

Pensiamo per esempio a certe punte di eccellenza nella meccanica strumentale, come le macchine utensili o le macchine per il packaging, nelle quali le imprese italiane sono protagoniste a livello mondiale. Oppure al settore dell’arredamento, punto di forza del made in Italy al pari dell’industria alimentare. Soffre invece chi è basato in prevalenza sul mercato interno.

È la “famosa” forbice che si sta aprendo tra chi ha saputo innovare ed esportare e chi continua ad avere una strategia fondata sui prezzi bassi e sul mercato interno. Naturalmente, non mancano le eccezioni. Ma a grandi linee la situazione sembra questa. La crisi di questi anni ha mutato profondamente la struttura industriale del Paese, con la distruzione di circa un quarto della base produttiva e la perdita di 200 mila posti di lavoro tra il 2008 e il 2015. In molti parlano di polarizzazione del sistema delle imprese anche se, sottolineano gli osservatori più attenti e preparati, nessun centro studi fornisce dati analitici su questo fenomeno. Per convenzione si accetta che le imprese migliori, quelle più competitive, siano circa un quarto del totale: hanno saputo comprendere per tempo come cambiava il business e hanno fatto le scelte giuste. L'export li ha aiutati negli anni più difficili e ora sono certi di avere le carte in regola. La ripresa è selettiva ma non per loro che hanno usato la crisi per ristrutturare organizzazione e costi. Altri due quarti, la maggioranza, sono a metà strada, possono agganciare la testa e magari entrare in una filiera produttiva vincente oppure possono scivolare in basso.

L'ultimo quarto invece è composto da quelli che faticano ad accettare questa modernità. Una volta per loro bastava fare bene il prodotto, avere buoni rapporti con il direttore della banca, dare un occhio a quello che facevano i concorrenti e caso mai copiare. Ora questo non basta più. Ecco perché la sfida è il rilancio degli investimenti nel settore manifatturiero, partendo dalle nuove tecnologie digitali. Il piano del governo su Industria 4.0, che spinge le imprese ad agganciare la rivoluzione digitale e ad accettare la modernità, va esattamente in questa direzione. Il rilancio dell’economia non può prescindere dal settore manifatturiero. L'Italia, intercettando la spinta tecnologica e di innovazione legata alla quarta rivoluzione industriale, ha l'opportunità di sfruttare le proprie potenzialità e innescare nuovamente il motore della crescita economica da cui dipende la creazione di occupazione stabile.

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