Il Web uccide il made in Italy tra falso Parmigiano e prosecco taroccato


In un mese viene venduta attraverso i canali Internet una quantità di Parmigiano reggiano falso equivalente all'intera produzione annuale di quello vero.

Il dato arriva dal Ministero per le Politiche Agricole, e significa due cose: quanto il mondo cerchi i nostri gioielli alimentari e quanto lavoro ci sia ancora da fare per difenderli. Più in generale, le oltre 136mila tonnellate di falso Parmigiano reggiano bloccate ogni mese sugli scaffali Web solo di eBay e Alibaba, ci dicono molto su cosa possa fare il mercato quando è alla ricerca del buono oppure di una sua qualsiasi imitazione e quale giro d'affari vi sia attorno a tutto questo. Quello della qualità ma anche del suo opposto, è stato il tema attorno al quale si è sviluppata la «Giornata nazionale della qualità agroalimentare» promossa qualche giorno fa dallo stesso Ministero insieme all'Ismea (che ha proprio il compito di monitorare l'andamento di tutti i mercati alimentari).

E, parlando di qualità, sempre di più pare emergere un nocciolo di questioni concatenate. È importante valorizzare e promuovere all'estero e in Italia le nostre bontà, ma per farlo occorrono risorse finanziarie notevoli e altrettante, forse anche di più, ne occorrono per difendere il nostro patrimonio alimentare dall'ondata di attacchi derivanti dai "falsi" e dalla concorrenza sleale. Intanto, la dimensione del problema sembra crescere esponenzialmente con l'aumento dell'uso della Rete anche per il commercio alimentare. Basta pensare che, Parmigiano reggiano a parte, ad oggi, ha reso noto il Ministero, l'Ispettorato repressione frodi (ICQRF) ha bloccato più di 15mila tonnellate di falso Gorgonzola, 9.570.450 litri di falso Prosecco, 3.986.610 di finto Aceto balsamico di Modena e oltre 25mila tonnellate di Pecorino romano non autentico.

Insomma, mettere insieme Internet e l'agroalimentare, significa unire due elementi dalle potenzialità teoricamente enormi ma altrettanto delicate. Tutto senza contare il resto del mercato del settore, cioè quello che funziona sulla base di criteri più tradizionali. D'altra parte, che il sistema dell'illegalità sia attirato dall'agroalimentare di alta gamma lo si capisce da pochi numeri. L'ultimo rapporto Ismea-Qualivita che ha indagato sui comparti agroalimentare e vitivinicolo, dice ovviamente che il nostro Paese è in cima alla graduatoria delle bontà, ma soprattutto che, solo riferendosi a quelle certificate, queste valgono 13,4 miliardi, pari al 10% del fatturato totale dell'industria alimentare a cui si aggiungono altri 7 miliardi di euro derivanti dai vini. Ecco perché mettere le mani anche solo su una minima parte di un tesoro di questo genere fa gola a molti.

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