Il food cerca un made in Italy distintivo!

Nessun compromesso sulla qualità, investire sulle certificazioni internazionali. Scegliere pochi mercati ad alto potenziale e puntare su quelli. Presidiare il mercato e prepararsi ad un alto livello di servizio, da soli o in maniera consortile, costruendo una piattaforma distributiva in grado di rispondere ad alti livelli di servizio. Per contenere l’Italian Sounding da 60 miliardi di dollari l’anno nel mondo e centrare l’obiettivo di 50 miliardi di export agroalimentare in 5 anni dai 33 miliardi archiviati nel 2014, l’Italia deve cambiare marcia .


L’alimentare italiano ragiona su come fare il salto di qualità. Lo ha fatto ieri, nella sede milanese de Il Sole 24Ore, che ha ospitato la terza edizione del Forum Food & Made in Italy.

Perchè, sebbene il 2014 sia stato un anno positivo (nel 2014 ha raggiunto i 34,3 miliardi di euro, con un tasso espansivo del +2,7%), superiamo la Spagna (22 miliardi), ma restiamo dietro alla Francia (42 miliardi di euro di export 2014) ma anche alla Germania, il cui export nel food & beverage vale oltre 55 miliardi di euro. Praticamente il doppio. Così come la propensione all’export dell’industria alimentare tedesca si attesta al 30%, contro il nostro 20. È innanzitutto un problema di dimensioni. Le imprese del food restano troppo piccole e non fanno squadra. Così i tedeschi esportano più succo d’arancia di noi.

«Bisogna sviluppare – ha spiegato Lamberto Biscarini (senior partner di Boston Consulting Group) – un Made in Italy “distintivo”. Concentrarsi su pochi prodotti ma di qualità, facendo anche una scelta di portafoglio. Stabilire in quali segmenti abbiamo le economie di scala e le dimensioni per poter competere sui mercati internazionali e lì concentrarsi. Mentre le medio-piccole devono puntare su alcuni specifici mercati verso cui sono in grado di mantenere un elevato standard di servizio». «È essenziale – ha spiegato Luigi Pio Scordamaglia, presidente di Federalimentare – tutelare l’italianità e la qualità dei nostri prodotti anche nella Ue, altrimenti i nodi vengono al pettine». Il riferimento è alla Commissione Ue che ha inviato a Roma una diffida sulla normativa italiana che proibisce l’utilizzo di latte in polvere nei formaggi. Luca Bianchi (Capo dipartimento del ministero delle Politiche agricole) ha fatto sapere che l’Italia difenderà a Bruxelles la propria normativa.

«Tuttavia – ha proseguito Scordamaglia – sui mercati internazionali bisogna riuscire a entrare nelle catene distributive che già esistono. Non “demonizzando” l’Italian Sounding, ma valorizzando, in maniera positiva, la qualità, il gusto e l’originalità dei nostri prodotti». Anche perchè il parmesan del Wisconsin o il prosciutto crudo canadese sono prodotti perfettamente legali nei rispettivi mercati. «Come è legale – ha sottolineato Scordamaglia – il 90% del “falso Made in Italy” negli Usa, mercato cresciuto di oltre il 6,4% l’anno scorso, sfiorando i 3 miliardi».

Anche se il giudice di Miami che una settimana fa ha condannato la Beck’s per aver messo sull’ etichetta «Originated in Germany» benchè fosse imbottigliata a St. Louis, fa sperare che la sensibilità stia cambiando anche lì.

«Negli Usa – ha aggiunto il presidente dell’Ice, Riccardo Monti – abbiamo stretto accordi con grandi catene distributive per aumentare i volumi dei prodotti italiani che già ricevono e per far loro importare ex novo una quota di eccellenze Dop e Igp. Toccheremo 4 Stati: Texas, Illinois, New York State e California». «Per il food – ha detto l’ad di Fiera Milano, Corrado Peraboni – serve un grande progetto fieristico nazionale. Noi competiamo per essere la seconda fiera internazionale sul Food». «I tedeschi hanno 200 milioni di euro l’anno per le fiere tedesche – ha sottolineato Duccio Campagnoli, presidente di Fiera di Bologna – . Lavoriamo coi tedeschi e aggreghiamoci per andare all’estero». «Abbiamo insegnato agli americani ad apprezzare l’olio extravergine italiano, che all’inizio non piaceva perchè abituati a quello di semi – ha detto Giovanni Colavita, ceo di Colavita Usa –. Qualche anno fa abbiamo proposto una collezione di oli del mondo, un grande successo. Tra poco apriremo una sede per vendere a New York l’olio californiano. Mai sottovalutare il consumatore estero, pensando che non capisca. E investire sempre su persone che, in loco, conoscano bene il mercato e sappiano muoversi senza pregiudizi».

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